Cenni Storici

LE ANTICHE LOCALITA’ E I COMUNI RURALI
 
Da Induno a Robecchetto
 
Gli elementi di base della comunità italiana vanno ricercati nel “paese", una realtà esistente da migliaia di anni sulla riva sinistra del Ticino, che presupponeva un sentimento di appartenenza ad un determinato territorio. Dal paese nacque, in età moderna, il “comune rurale", dove gli interessi di una determinata comunità assunsero un carattere “pubblico" (in contrasto con l'originario carattere “privato" dei vicini), ma il potere fu sempre ricondotto all'autorità feudale.

INDUNO

L'origine celtica  e documentata da una testa leonina in bronzo con disco traforato conservata al Museo di Legnano.Il Liber, della fine del XIII secolo, registra a Duno (Induno) una chiesetta dedicata a S. Andrea.Il censimento del 1538 parla del Comuno di Induno e vi indica quattro fuochi, pari a circa 30 abitanti. Allora la proprietà del territorio era concentrata per il 62% nella mani dei Canonici Lateranensi; un altro 32% era della chiesa di S. Vittore e solamente un 6% apparteneva ai laici.Con decreto del 9 giugno 1870, n. 5722, il comune di Induno Ticino, la cui sede era nell'alanobile del palazzo, fu aggregato a Robecchetto.In un volumetto stampato negli Anni Trenta troviamo scritto: “Chi da poco ha varcato la sessantina ricorda ancora gli ultimi filari di vite che la filossera ha completamente distrutto e ricorda di aver visto i tinelli e le povere botticelle che raccoglievano gli ultimi scarsi mosti della povera campagna beneficata solamente dall'acqua del cielo".

CASINO DI CACCIA DEI VISCONTI

Secondo il Langè la cascina prese avvio da un casino di caccia visconteo. La presenza di uno stemma, non ancora inquartato (quindi precedente al XV secolo), di tale nobile famiglia, ancorato al muro di cinta dell'attuale cascina, confermerebbe l'ipotesi dello studioso. Certamente il “casino" ebbe una successione di trasformazioni fino a diventare la residenza della nobile famiglia Bossi.Nel censimento del 1558 sono citate varie famiglie possidenti il territorio di Induno: Sasso, Riso, Pisoni, Crivelli, Lampugnani (mulino il Ronchetto e torchio), Beolchi, Cesare Visconti, Ludovico Bossi, Croce, Gallarati (con beni nelle rispettive cascine). Altri risultano da un elenco del 1860 dei proprietari dei boschi, conservato in Archivio Comunale (tra parentesi il perticato): Raffaele Bossi (700), Antonio Casati (159), Antonietta Nenni (198), Cura di Robecchetto (250), Ospedale di Cuggiono (28), Gaetano Lampugnani (10), Cura di Malvaglio (40), Angelo Bossi (150), Francesco Arese (825), Marietta Lampugnani (34), Angelo Cattorini (103), Eredi Sartirana (144), Antonio Cedrati (9), Luigi Oltrona (120), Erminio Mira (30), Ambrogio Griffanti (20), marchese Arconati (20), Carlo Colombo (12), Carlo Clerici (282), Gio.Batta Cagnola (160), Giorgio Mozzoni (100), Vittadini (120), Giovanni Clerici (10), Francesco Trabattoni (37), Luigi Calcaterra (24), Marianna Lurani-Clerici (197), Carlo Zenoni (40), Calderara (72).

Il PALAZZO DI INDUNO

Posto sul ciglio del terrazzamento del Ticino, in una posizione dominante la valle, originariamente l'insediamento potrebbe essere stato una torre di avvistamento: “Vasto complesso in gran parte adibito a cascina e rustici, raccolto in un grande quadrilatero con ampi cortili comunicanti .Il corpo padronale, ingrandito e rimaneggiato della seconda metà del Settecento, sorge sulla destra e si distingue in altezza per le proporzioni delle finestre in serie su due piani e ammezzato.E' separato dalla strada da un ampio parco che confina con il muro di cinta esterno.E’ già stato notato come la funzione agricola abbia prevalso su quella della casa di villeggiatura, tanto che gli ingressi alla casa padronale non si distinguono dal resto del complesso. Si ritiene che la torretta di ingresso con il corpo di fabbrica adiacente costituiscano la parte più antica, probabilmente di origine viscontea. Su questo lato meridionale sorge l'oratorio dell'Assunta, con ingresso esterno, ristrutturato verso la fine del XVIII secolo, con una composta facciata ancora di disegno barocco, ma ormai semplificata e irrigidita secondo la nuova sensibilità neoclassica".Nel 1856 il palazzo era di proprietà del marchese Raffaele Bossi e individuato nel catasto Lombardo -Veneto con il mappale “1" costituito da 52 vani di cui alcuni per rimesse, scuderie, sellerie e granai sui due piani. L'edificio nobile contiene ancor oggi affreschi e pavimenti mosaicati, alcuni già “recuperati" dalla attuale proprietaria, Teresa Rossi Nembrini, altri invece ancora in pessimo stato come una parte della costruzione. Dei tre cortili colonici, quello più antico e di maggior interesse _e il primo a Sud, con il portale arricchito da pesanti bugne piatte.Fino a quindici anni fa c'erano in questo cortile delle simpatiche cancellate con motivo berain, tardo secentesche. In totale, la parte rustica, mappale “2" del 1856, contava 73 vani tra cui la ghiacciaia e il locale per il torchio. A nord di questo complesso furono costruiti nel nostro secolo altri edifici ad uso agricolo. Attuali proprietari i Nembrini di Rovato e la società Cascina Induno srl.

INDUNETTO

Adiacente ad Induno, Indunetto è scomparso qualche anno fa, inghiottito dal tempo. Più pronunciato verso la valle, sulla sinistra della strada che conduce al Ticino, il censimento del 1861 lo indica di proprietà di don Raffaele Bossi e vi colloca l'abitazione delle famiglie Peralzi, Bossi, Gualdoni e Brusatori.

PADREGNANO

L'originalità di Padregnano nei tempi antichi fu quella di trovarsi nei pressi dell'incrocio di tre strade: la strada mercatoria che percorreva la riva sinistra il Ticino, la Como-Novara e la Milano-Novara che, probabilmente, attraversava il Ticino nel suo territorio. Si spiega così la presenza del castello del quale parlano i documenti del 1135, 1154, 1159, oltre al villaggio e al porto sul Ticino: tre poli vitali che decaddero in favore di Turbigo.

IL CASTELLO DI PADREGNANO

La presenza del toponimo Castellazzo ci consente di localizzare l'antica fortificazione sul poggio a nord di S. Vittore (dove oggi insiste una cava abbandonata), mentre la presenza documentata dei capitanei de Arconate porterebbe ad indicare questa nobile famiglia come detentrice del potere locale.Infine, nel diploma di infeudazione (9 giugno 1164) a Rainaldo di Dassel della pieve di Dairago troviamo citato il Castellum inferius Paternianum, inferiore forse a quello di Turbigo e, in un diploma di Federico I, datato 17 aprile 1159, venne ribadito che tra i possedimenti del monastero fruttuariense vi era anche “(...) Paterniano in castello, villa e portibus (...)". Padregnano quindi era costituito - alla fine del XIII secolo - da tre insediamenti distinti: il porto sul Ticino, il villaggio all'incrocio delle dette vie, il castello arroccato sul poggio a settentrione dell'antica chiesa di S. Vittore.

I FRUTTUARENSI

La congregazione fruttuariense ebbe il suo centro nell'abbazia di S. Benigno di Fruttuaria, fondata in diocesi di Ivrea agli inizi dell'XI secolo da Gugliemo da Volpiano originario di Orta.Questi riuscì, riformando con le sue originali Consuetudines i circa quaranta monasteri a lui soggetti, a lasciare tracce indelebili nella storia europea medioevale. Morì il 1 gennaio 1051 a Fècamp, restando comunque un punto di riferimento di quella società dell'anno Mille che, sulle basi del vecchio mondo, cercava di aprirsi al nuovo.Organizzato sul modello cluniacense, l'ordine fruttuariense ottenne presto il privilegio dall'esenzione dalle tasse e riuscì ad infiltrarsi anche nella diocesi milanese.

Il MONASTERO DI SAN NICOLA E BENIGNO (1094-1197)

La prima notizia circa la presenza di Fruttuaria nella diocesi milanese risale al 1014, allorchè un diploma imperiale accenna a non meglio specificate proprietà dell'abbazia piemontese nell'episcopato di Milano. L'esistenza di una cella posta accanto alla chiesa di S. Giorgio di Bernate Ticino è documentata da una permuta di beni effettuata il 3 gennaio 1064 tra Fruttuaria e il monastero di S. Vincenzo di Milano, ma è con la donazione della chiesa di S. Martino a Padregnano - per iniziativa di due coniugi milanesi - che iniziò nel 1094 la documentata presenza dei Fruttuariensi nella diocesi milanese.Il documento dice testualmente che “Anselmo del fu Arderico, che era detto capitano della città di Milano, e la moglie Anna, figlia di Redaldo, pure di detta città, di legge longobarda, donano al Monastero di S. Nicola e S. Benigno di Fruttuaria la loro porzione di chiesa di S. Martino con tutte le pertinenze, posta nel luogo di Padregnano". La donazione comprendeva anche pertinenze legate alla metà della chiesa di S. Martino (non si conosce ancora il proprietario della rimanente metà) e tenendo conto che l'area attorno al monastero era detta brera non è azzardato pensare che anche l'altro proprietario appartenesse ad un casato longobardo.Il priorato di Padregnano sorse dedicato a S. Nicola, il protettore dei viandanti per cui aveva anche un ospizio che continuò “il servizio" fino al sec. XVIII. I beni del monastero si accrebbero nel 1100 quando quattro abitanti di Padregnano vendettero al monastero 21 pertiche composte da vigne e da campi. Tre anni dopo i monaci presero a livello metà della decima di Padregnano che spettava ai De Arconate.Il monastero possedeva beni anche a Castano nel 1111, forse l'attuale cascina S. Nicola; a Sacconago nel 1115; a Busto Arsizio nel 115611. Oltre ai monaci c'erano anche conversi chesceglievano di vivere nel monastero come testimonia un atto del 1135: “I coniugi Ottone e Piubella di Padregnano cedono i loro beni e si fanno conversi".In una bolla papale del 1154, che enumera gli insediamenti fruttuariensi, spicca la posizione del priorato di S. Nicolao il cui priore, forse in ragione dell'antichità dell'insediamento, era considerato vicario dell'abate di Fruttuaria nell'archiepiscopato milanese, almeno fino al 1197, quando S. Nicolao, oramai privo di risorse economiche, venne affidato alle cure dei priori di Voltorre.Allora, nel monastero del Ticino cessò la vita monastica, rimasero solamente i conversi e, ad officiare nella chiesa di S. Nicola, arrivarono gli inviati del priore di Voltorre. La decadenza del monastero fu dovuta probabilmente ad un incendio appiccato da truppe Pavesi, Lodigiane o Bergamasche che si erano trovate a passare di lì. Certo è che la devastazione del sito dev'essere avvenuta alla  fine del secolo in quanto, ancora nel 1190, il priore Lantelmo di Castelseprio, proveniente dal monastero di Ganna, si era ritirato a Padregnano in contemplazione e raccoglimento.

DOPO LA DEVASTAZIONE DI PADREGNANO (1197)

Per far fronte al debito contratto dal monastero di Padregnano e recuperare parte del danno subito dalla devastazione delle truppe, il priore di Voltorre impegnò la proprietà degli edifici attraverso un complesso di atti che sarebbero scaduti nel 1229. Allora, le terre vennero date a privati tramite \investitura massaricia" per ottenere un reddito sicuro. Si conosce un contratto di questo tipo del 1282, al momento del rinnovo quinquennale. I contraenti erano, per metà, abitanti di Castano mentre la rimanente parte era lavorata da Aurelio Clivio di Padregnano: il canone era in parte in denaro e parte in natura (vino, segale, miglio, frumento, fave, fagioli).Dai Fruttuariensi ai Canonici Lateranensi di S. Maria della Passione di Milano. Con il XVI secolo iniziò il declino del monachesimo fruttuariense nelle terre ambrosiane: nel 1519 l'ultimo abate commendatario di Voltorre, il card. Alessandro Sforza, cedette i monasteri e i suoi beni (comprendenti anche quello dell'ex priorato di Padregnano) ai Canonici Lateranensi di S. Maria della Passione di Milano.

Il PADREGNANO “COMUNE RURALE”

Dopo la vicenda fruttuariense che proseguì con i Canonici, da un documento del 1537 sappiamo che Paragnano era Comune rurale (al pari di Induno e Robecchetto) e vi erano tre fuochi, pari a 15-20 persone. Sappiamo addirittura che delle tre famiglie, due erano massari e nell'ultima il capofamiglia era un navirollo. Oramai l'antico paese era scomparso e le tre famiglie abitavano nell'ex monastero.

LETTURA STORIA DELL’ABITATO

In un documento del 1473 si parla di un Sedime magno in affitto ai Crivelli che dovrebbe corrispondere al fabbricato situato a sud della chiesetta, come conferma la mappa del 1776 che chiama questa parte Casa da nobile. Da allora ad oggi ci sono stati dei cambiamenti, ma la matrice originaria è ancora individuabile. Tre sono i cortili che compongono l'attuale insediamento:1. Contiene la chiesetta e, nel '700, era la porzione denominata Casa da Nobile che, unita all'edificio rustico a Sud, formava il Sedime magno del 1473. L'edificio con andamento N-Sè a corpo doppio. Verso Est esistono ancora locali settecenteschi che nel 1856 ammontavano a sette su due piani, oltre a due stalle e un fienile. Il corpo di fabbrica con andamento E-O manteneva i venti locali, oltre il portico, anche nel 1856: l'edificio meridionale conteneva, nel 1776, un torchio, oltre alle stalle.2. Il corpo di fabbrica parallelo alla roggia è già presente nella mappa del 1776 con otto locali su due piani, stalle e fienile. Tale situazione è confermata successivamente e, al nostro secolo, risale il corpo di fabbrica ad Ovest costituito da stalle.3. Il corpo di fabbrica ad Est ha sempre svolto funzioni agricole. Già presente nel 1776 èstato ampliato nel nostro secolo. Anche il corpo a Nord, già segnalato nel '700 e nel 1856,è censito con sei locali su due piani, oltre i portici (casa Scattolini).

LA PADREGNANA

La notizia più antica dell'osteria della Padregnana risale al 1578, ma l'origine è più remota e potrebbe risalire al tempo di escavazione del Naviglio. Nel 1656 l'osteria era proprietà dei Canonici che l'affittarono ai fratelli Bossi resegatini. Certamente la località ebbe un nuovo impulso quando - nel 1595 - venne sostituito il ponte in legno sul Naviglio con altro in pietra.Nel 1861 era di proprietà Casati e vi abitavano le famiglie Calloni, Langè, Crespi, Cova, Croci, Bossi, Garavaglia.

LETTURA STORICA DELL’ABITATO

Quattro sono le unità ancora esistenti, due si trovano a Nord della strada che sorpassa il Naviglio Grande e le altre due a Sud della medesima strada.1. La prima (il Monferrino), a Nord del ristorante, nel Settecento era di proprietà Fagnani evi alloggiava una famiglia di massari.2. L'attuale ristorante mantiene, sostanzialmente, la forma originaria a “L", come risulta dalla planimetria redatta nel 1776 dai Canonici Lateranensi: c'è ancora la scritta “1727 SMP", Santa Maria della Passione, a documentare l'antica presenza. Nell'Ottocento la proprietà divenne parrocchiale e, nel nostro secolo, si registrarono aggiunte a Est e a Nord:quest'ultime riguardavano l'esercizio commerciale che ha preso il posto dell'antica osteriasituata più a valle.3. L'area posta appena a valle del ponte, restaurata nel 1980, mantiene la forma ad “L", perpendicolare alla strada e parallela al Naviglio. Il restauro ha riscoperto, all'interno, un affresco identico a quello esistente nel chiostro di Voltorre raffigurante La Passione di Maria (XVII sec.). La cascina subì, all'inizio del secolo, un incendio propagatosi da una stanza detta “S. Macario" (quella con il grande affresco esterno) fino alla stanza con l'affresco di Voltorre nella quale dormiva un bambino tratto in salvo attraverso la finestra perchè la scala era in fiamme: “Il Grande affresco su parete è composto da una serie di figure di Santi intorno alla Madonna del Rosario, con in basso figure di oranti a fianco di un'urna contenente il corpo di un Santo, entro cornice architettonica fastigiata e grande drappeggio di fondo, con in alto l'Angelo e l'Annunziata e un Crocifisso al centro. In buona parte molto consunto, con cadute di intonaco sul bordo inferiore, la composizione è databile alla seconda metà  del XVIII secolo, forse in concomitanza con l'arrivo dell'urna di San Benedetto martire a Cuggiono a cui sembra richiamarsi l'urna effigiata". Il fatto poi che esista, nella casa parrocchiale di Mesero, una rappresentazione identica su tela conferma l'ipotesi indicata riferentesi alla traslazione del "corpo" di S. Benedetto.4. Nell'unità  posta ancora più a valle, sulla riva sinistra del Naviglio Grande, si trovava una antica osteria, preceduta da un portico ad arcate.
MALVAGLIO
Nel 1558 i Canonici possedevano il 12% del territorio, mentre il 7% era della chiesa di S. Vittore.Diversamente da Robecchetto, dove la proprietà religiosa era molto più corposa, il territorio di Malvaglio era per la maggior parte posseduto dai Beolchi, Eredi Bossi, Della Croce, Crivelli, Visconti, Corio, Piatti, Bianciardi, Fagnani, Lampugnani, Maggi, Pisoni e Comune di Malvaglio.Emerge, da quanto detto, una presenza laica importante e addirittura la presenza del “Comune" che possedeva 15 pertiche di brughiera a Malvaglio ed altre 60 di bosco ad Induno, quando ancora non esisteva come soggetto “politico" la comunità di Robecchetto. Questa riessione ci porta ad attribuire a Malvaglio uno spessore storico importante che trova conferma anche nei confini:solamente il suo territorio arrivava pienamente sino al Ticino, mentre quello di Robecchetto con Padregnano si fermava poco prima del fiume, comprendendo parzialmente la Padregnana. Il console era Badino Catagnino, mentre Catelina de la Croce rappresentava la figura più importante in quanto gentildonna.Il 16 maggio 1652, diversamente da Robecchetto con Padregnano, la Regia Camera assegnò Malvaglio in feudo a Giambattista Lossetti. La Nota degli Huomini di Malvaglio - di 14 anni in su - che giurarono fedeltà al feudatario Lossetti nella piazza di Inveruno, il 9 giugno 1652 risultò composta da 16 persone, tra cui spiccava Ioseffo Rampone, console del paese. Ma c'erano anche i Magni, i Carimà, i Gualdoni.

I DOMENICANI A MALVAGLIO

Nel catasto del 1751, i Domenicani di S. Eustorgio avevano una casa a Malvaglio (ma già nel 1558 risultavano presenti a Castelletto) e nel 1856 la casa al n. 345 era detta dei Tre Re Magi a documentare un culto diffuso in tutta la zona. In via Montegrappa è ancora visibile un affresco raffigurante la Madonna con Bambino e un Domenicano.

LETTURA STORICA DELL’ABITATO

Dal nucleo antico del paese, caratterizzato da una serie di cortili, buona parte dei quali restaurati in questo secolo, emergono alcuni punti salienti:1. Il pozzo pubblico, situato sull'incrocio tra la strada principale e quella che va al cimitero,costruito sulla piscina (abbeveratoio) che occupava buona parte della piazza (denominata Umiltà, forse in riferimento al motto di S. Carlo) fino al Settecento e nella quale si raccoglieva l'acqua piovana.2. Il forno dei poveri addossato al lato ovest della piazza.3. Il cortile di via Roma corrisponde, per dimensioni (35 x 35 metri), all'actus romano.

La Cascina “Guado”
Rappresenta l'ultima propaggine del territorio di RcI verso il Ticino e con l'adiacente Galizia si entra nel territorio di Cuggiono.
Le origini del Guado sono legate ad un esistente passo sul fiume in corrispondenza del quale fu costruito anche un ponte sul Naviglio Grande, il cosiddetto Ponte di Induno, ancora documentato nel 1570. Ma vi era anche un molino (mosso dalla Roggia omonima e di cui oggi rimangono solo gli alloggiamenti delle ruote) e, il censimento del 1538, riporta l'esistenza di un solo fuoco indicando che gli uomini erano molinari e navirolli. Il censimento del 1861 assegna questa proprietà a don Raffaele Bossi nella quale allora vi abitavano le famiglie Bressa (molinaio nel 1871), Bottini, Colombo, Diana, Bolchi, Bianchini. La strada che dalla cascina porta al guado del Ticino oggi è interrotta da un campo e dal canale del Latte, ma l'orientamento è preciso e la linea della strada conduce direttamente all'antico passaggio del fiume.

 

 La Cascina Marischi (già Casone)

Già presente nella carta topografica della Visita Pastorale di S. Carlo con il toponimo di Caxono (Casone), vi abitava una famiglia con sei persone. La vecchia cascina, in seguito demolita, si trovava poco più a sud dell'odierna cascina Graziella.

La Cascina Della Croce
Da un documento del 1229, riguardante Padregnano, veniamo a sapere che tra i proprietari confinanti dei beni oggetto di permuta comparve Airoldi Della Croce. La presenza di questa famiglia di nobiltà secentesca, molto diffuusa nei nostri paesi, è confermata proprio dalla denominazione della cascina. Nel 1667 era di proprietà di Giacomo della Croce anche la tassa sul perticato.Alla fine  del Seicento la proprietà passò ai Clerici che la vendettero ai Bonomi (provenienti da Romentino) all'inizio del Novecento.

La Cascina Gallarati

Nel 1558, a questa cascina furono attribuite 269 pertiche di proprietà della nobile famiglia che dà il nome all'insediamento sin dai tempi antichi, pertiche annesse quindi, costituite da “prati sutti, lische, lanche e sortumi". Ludovico Gallarati era tra i “possessori" tra il 1558 e il 1570 e sembra addirittura che avesse in gestione regalìe feudali prima dei Della Croce e dei Fagnani.Nel 1861 la cascina risultava di proprietà Clerici-Lurani e vi abitava la famiglia Re; successivamente passò al conte Mapelli-Mozzi. Di particolare interesse è la torre colombaia.

La Cascina Sant’Antonio (detta del Grass)

E’ documentata come osteria all'inizio dell'Ottocento. E’ comunemente chiamata cascina del Grass dal cognome di un proprietario. Nel 1861, vi abitava la famiglia Valloni. Alla fine dell'Ottocento, al tempo in cui si insediò in paese proveniente da Corbetta, la proprietà passò alla famiglia Vignati che la rivendette appena prima della seconda guerra mondiale per duecentomila lire a tal Pietro Canna di Turbigo. Accanto alla cascina è stato scavato uno scolmatore del Naviglio - detto cavo S. Antonio - che, in tempo d'asciutta, convoglia le acque delle risorgive d'alveo del Naviglio verso il Ticino.

La Cascina Paradiso
Nel 1642, nell'elenco degli abitanti della Padregnana, compare Pietro Paradiso, “conduttore", per cui ipotizziamo che il nome provenga da questa famiglia, nonostante la proprietà rimase ai marchesi Clerici fino alla prima metà dell'Ottocento. Nel 1861 vi abitava, oltre ai Cedrati che erano i proprietari, la famiglia Cattorini.

La Cascina dei Pomi
Sulla via al Ticino, questa cascina, anticamente di proprietà Beolchi, venne attribuita dal censimento del 1861 a Baldassare Gennaro. Vi abitava la famiglia Miramonti, originaria di Inveruno, il cui capostipite vi si stabilì nella seconda metà del Settecento. Successivamente la famiglia diede vita ad una attività di sbiancatura della tela di lino (tela russa) e lavanderia che, nella seconda metà del XIX secolo, giunse a dar lavoro a cinque dipendenti. Alla fine dell'Ottocento la cascina divenne proprietà  Miramonti. Per quanto concerne il toponimo, noi osiamo proporre una spiegazione diversa da quella comunemente nota. Difatti, i “pomi" potrebbero essere i “pomi di terra", cioè le patate, la cui coltivazione nel territorio fu sponsorizzata, anche attraverso scritti, da Federico Fagnani.

Il Molino Ronchetto
Di proprietà  Clerici-Lurani, nel 1861 vi abitava la famiglia Almasio. Oggi l'antico edificio è stato trasformato in villa di campagna, ma originariamente il molino era azionato delle acque della roggia Marcia, una delle presenze più antiche del territorio.

Censimento Regno d'Italia (1861) del Municipio di Induno con Malvaglio
Il Censimento del Regno d'Italia divise il municipio di IcM in: piazza Malvaglio (dove vi erano 23 case più una vuota e vi abitavano 66 famiglie); piazzetta Induno (4 case abitate più una vuota dove vi abitavano 25 famiglie); Case Sparse, le cascine (9 case abitate da 20 famiglie). Allegato al Censimento c'è lo “Stato della popolazione presente ed assente nella notte del 31 dicembre 1861" che risultava essere di 700 presenti e 24 assenti.

ROBECCHETTO
Nel catasto del 1558 il territorio di Robecchetto fu indicato in 1743 pertiche. Allora, i Canonici ne possedevano il 64%, la chiesa parrocchiale di S. Vittore il 27%, mentre il Consorzio della Misericordia l'8%, facendo sì che ai nobili milanesi rimanesse solamente uno striminzito 8% che faceva capo ai Beolchi, Piatti, eredi Bossi, Visconti, Crivelli, Fagnani.Da una relazione allegata alla visita pastorale del 1570 sappiamo che a Robecchetto c'erano venti famiglie per un totale di 166 abitanti.

La Cascina Grande
Il nome dell'edificio racchiude in sè i principali motivi di interesse storico-architettonico: iltermine Cascina ricorda la categoria sociale a cui era destinata la costruzione, mentre l'aggettivo Grande, oltre alle dimensioni, riconduce allo stile neoclassico secondo il quale fu progettata dall'arch. Giulio Aluisetti. Non c'è dubbio che il tentativo operato dall'architetto di dare dignità e decoro ad un complesso immobiliare strettamente ancorato ad esigenze produttive dei contadini del paese, adottando canoni costruttivi tipici dell'architettura neoclassica, rappresenti un importante esempio di architettura popolare.
 

L'ORIGINE

Nel Catasto Teresiano del 1722, il sito sul quale sarebbe stata impiantata la Cascina era distinto dal n. 10 e descritto come Aratorio vitato con moroni di pertiche 143 di proprietà del marchese Giacomo Fagnani. Questo terreno passò in eredità al nipote Federico sino alla sua morte avvenuta l'8 ottobre 1840. In quegli anni il Catasto Teresiano venne aggiornato al nuovo censo del Lombardo-Veneto e l'originario mappale 10 assunse i numeri 1-2-3-4-7-778-779. Con la morte del marchese Federico il terreno divenne della sorella Antonia, che, nel 1841, diede inizio ai lavori della Cascina Grande insieme a quelli della nuova chiesa parrocchiale.

L'ARCHITETTURA POPOLARE NEOCLASSICA

Unico nel suo genere, rappresenta un Esemplare nel ristretto panorama architettonico dell'intera provincia milanese. La rappresentazione planimetrica pi_u antica della Cascina Grande risale al Catasto Lombardo-Veneto (1856) nel quale venne descritta come Casa colonica eretta nel 1841:locali terreni 30, detti superiori 30, detti ammezzati 28, portico davanti al caseggiato, portici in 28 campi lungo i lati di levante e ponente 2, stalle con superiori cascine.L'impianto, a forma di rettangolo con asse minore in direzione Nord-Sud, si caratterizza per una grande corte, al cui centro si pose il pozzo e attorno alla quale si disposero vari ambienti.La presenza di un grande forno, destinato alla cottura del pane per gli abitanti della cascina, testimonia il forte carattere di comunità della “popolazione rurale" che qui risiedeva. Tuttora presente, rimane il testimone isolato di un mondo scomparso. Anche la corte (originariamente divisa in due spazi regolari da due strade ortogonali tracciate in corrispondenza dei passaggi Est-Ovest e Nord-Sud) con il passaggio dall'uso agricolo a quello residenziale e artigianale è stata “arricchita" da orticelli e da box contribuendo al generale degrado del complesso neoclassico.
La Cascina Saronna
Di proprietà Arese, il censimento del 1861 vi indicò le famiglie Chiodini e Giudici; la cascina, però, è già presente nel Catasto Teresiano del 1722. Fino a pochi anni orsono, la parte terminale dell'edificio, ormai disabitata, aveva mantenuto il suo originario carattere di “casa rurale".

La Cascina Franceschino
Nel 1572, era già documentata una cascina \Franceschino" del signor Fabrizio Comneno. Non siamo riusciti a comprendere il motivo per cui non venne indicata nel Catasto del 1722, salvo ritenere che sorgesse in un diverso luogo. Il censimento del 1861 attribuì la proprietà al sacerdote Gaetano Lampugnani e vi abitavano i Colombo, Langè, Bonomi (fattore), Gaiera, Bossi, Villa.L'immagine sacra, ancora oggi visibile sulla parete prospiciente la via Umberto I, venne dipinta nel 1837. Nel 1886, vi era uno stabilimento per la tessitura del lino di proprietà di Erminia Baffa Lampugnani.

La Cascina Carolina
Fu costruita da Francesco Arese nel 1851, in memoria della moglie Carolina Fontanelli prematuramente scomparsa. Nel 1854, vi risiedevano le famiglie Giudici, Garegnani, Gualdoni. Il riutilizzo dell'edificio non è rimasto indenne da imperfezioni, soprattutto nei corpi laterali e perpendicolari a quello principale, adibito a residenza.
Il Malcantone
E' uno dei cortili più antichi posto a ridosso della chiesa. Nel Settecento la proprietà risultava divisa tra la Prebenda parrocchiale e i Fagnani. Il 26 settembre 1941 fu parzialmente distrutto da un incendio domato a stento dai Vigili di Inveruno in quanto l'acquedotto del paese, di proprietà Gennaro, veniva mantenuto vuoto durante la notte per evitare consumo d'acqua. Oggi, l'edificio è stato completamente ristrutturato ad opera dell' impresa Serafino Galimberti.
Lo Stallazzo
Antico nucleo centrale del paese, fu rimaneggiato dal conte Arese tra il 1860 ed il 1880. Ancora oggi si può vedere l'applicazione pratica del principio propugnato dal marchese Fagnani per i suoi contadini: tre piani a garanzia dell'igiene. Sul lato prospiciente la via Gennaro è visibile l'insegna della Cooperativa S. Vittore che qui aprì uno spaccio, chiuso nel 1924 dopo l'avvento del Fascismo.
Il palazzo Lampugnani-Gennaro
“Il complesso a corte chiusa, comunicante con la strada pubblica mediante un largo portale sormontato da torretta dove si apre un balconcino, risale alla prima metà del XVIII secolo. Il corpo della villa, parallelo a quello di strada e collegato a due ali a rustico, si affaccia sulla corte interna con una serie di finestre senza cornici. Su quella centrale che funge da entrata a piano terra sta un piccolo stemma in stucco, policromo, del secolo XVIII. Gli interni, adibiti ad abitazione privata, sono tenuti con molta cura dagli attuali proprietari (Gennaro)".Il palazzo presenta una torre di ingresso con funzioni di passeraia; tuttavia, sul fianco est vi È anche un edificio a tre piani, con tracce di epoca settecentesca; la presenza di un terzo piano, già segnalata nello scorso secolo, fa presumere l'esistenza di una colombaia.Il palazzo, originariamente, conteneva una cappella privata.  

LA PROPRIETA’ E LA POPOLAZIONE
  Dal Catasto Teresiano (1722) al Lombardo-Veneto (1850)Fu la tavoletta pretoriana che permise, per la prima volta, la misurazione della terra con risultati certi e imparziali. La necessità della misurazione sorse dalle risposte che i Comuni inviarono all'autorità centrale dalle quali apparve chiara la carenza di stime censuarie. L'idea del Governo Austriaco fu dunque quella di mettere ordine nell'Estimo Generale dello Stato di Milano, allo scopo di realizzare una Riforma Tributaria che aumentasse le entrate, riducendo la sperequazione fiscale a danno dello Stato e della povera gente, tassando i veri proprietari e diminuendo drasticamente le esenzioni e i privilegi di cui godevano in primis i nobili, i latifondisti e i grandi Enti Ecclesiastici. 

DESCRIZIONE DEI FONDI DETTI DI SECONDA STAZIONE (1751)

Induno
Il villaggio è formato da cinque case e sette cascine:
Malvaglio
Il villaggio è formato da sedici case e tre cascine:
Robecchetto
Il villaggio era formato da diciannove fabbricati.
Padregnano e Padregnana
Erano composte da sette fabbricati.

Le case
Come si nota, dal Settecento in poi la storia urbanistica del paese si fa più sicura perchè, oltre ai documenti, c'è il supporto del catasto teresiano (1723-1751) ed altre mappe fatte realizzare dai Canonici Lateranensi nel 1776. Da ciò risulta che Malvaglio era composto da 19 case di cui tre sparse (cascine nella valle del Ticino: Paradiso, Osterie della Padregnana e dei Pomi).Lo stesso numero di case (19) c'era allora a Robecchetto, mentre a Padregnano erano rimaste solamente tre abitazioni sotto la cura di Robecchetto e quattro alla Padregnana.Induno aveva sei case e altre 6 sparse che devono intendersi come cascine nella valle del Ticino:Guado Molino Ronchetto, cascina Croce, cascine Gallarati, S. Antonio e Marischi.L'espansione edilizia successiva risulta limitata e circonscritta a Robecchetto, come dimostrano i censimenti catastali del 1856 e quelli del 1880, dei quali si possiedono anche le mappe redatte in modo più preciso rispetto alle precedenti.I registri catastali precisano che “i muri delle case sono costruiti con borlanti legati da mattoni cotti con cemento, calce e stabilitura. Il tetto è in legnami e in coppi". Inoltre si dice che il territorio comunale è attraversato “dalla strada regia che da Castano mette al porto di Turbigo".Lo sviluppo urbano del paese è avvenuto soprattutto nel secondo dopoguerra, attorno ai centri di Robecchetto e Malvaglio lungo la strada che li unisce.

 

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